11 Jun 2013

La disciplina della (in)utilizzabilità dei cd. precedenti di polizia

Nicola Canestrini

Taggato: precedenti di polizia, CED

Come è noto, in forza delle previsioni della l. 1 aprile 1981, n. 121 rubricata "Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza" è stato istituito presso il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell'interno un centro elaborazione dati (d'ora innanzi "C.E.D.") che raccoglie vari archivi.

La Corte Europea dei diritti dell'uomo ha peraltro statuito che "lo Stato convenuto sia andato oltre il margine di apprezzamento di cui dispone in materia, in quanto il regime di conservazione, nello schedario in questione, delle impronte digitali di persone sospettate di avere commesso dei reati ma non condannate" per vilazione del diritto al risspetto della vita privata e familaire (art. 8 CEDU; MK vs. Francia, 2013, cfr. infra).

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In particolare, dal combinato disposto degli artt. 6, comma 1 lett. a) e 7, comma 1 della l. 121/81 citata emerge che nei medesimi archivi sono conservati i dati e le informazioni

1. ricavati da indagini di polizia, ovvero
2. risultanti da documenti della pubblica amministrazione o 
3. da sentenze o provvedimenti dell'autorità giudiziaria.

L'art. 9 della stessa legge consente l'accesso ai dati e la loro utilizzazione agli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti alle forze di polizia, agli ufficiali di pubblica sicurezza, ai funzionari dei servizi di sicurezza e all'autorità giudiziaria per gli accertamenti necessari per i procedimenti in corso e nei limiti stabiliti dalle vigenti leggi processuali, specificando che è vietato l'uso dei dati per finalità diverse da quelle inerenti alla tutela dell'ordine, della sicurezza pubblica e della prevenzione e repressione della criminalità.

Tralasciando in questa sede ogni considerazione sulla creazione di banche dati di "sorveglianza globale" , contenenti oltretutto giudizi sulla stima e la reputazione degli interessati, notizie sulle relazioni familiari ed amichevoli, e notizie "atte a lumeggiare la figura dell'interessato" , ci si vuole soffermare sulla utilizzabilità procedimentale e processuale dei riscontri tratti dal C.E.D.

Si noti peraltro che secondo la Corte Costituzionale italiana la denuncia «è atto che nulla prova riguardo alla colpevolezza o alla pericolosità del soggetto indicato come autore degli atti che il denunciante riferisce», per cui non è possibile far derivare dalla sola denuncia conseguenze pregiudizievoli per il denunciato, in quanto essa comporta soltanto l'obbligo degli organi competenti «a verificare se e quali dei fatti esposti in denuncia corrispondano alla realtà e se essi rientrino in ipotesi penalmente sanzionate, ossia ad accertare se sussistano le condizioni per l'inizio di un procedimento penale» (Corte Costituzionale, sentenza 466/2005 che richiamam anche le  sentenze 78/2005 e 173/97).

peralltro, in un procedimento penale la consultazione delgi archivi di polizia può risultare molto utile, se non decisiva, e non solo durante le indagini preliminari: gli estratti del C.E.D. infatti possono essere acquisiti al dibattimento sotto forma di tabulati quali prove documentali. Si pensi d'altro canto all'utilizzo di tali archivi nei procedimenti amministrativi, ad esempio relativi al rilascio di autorizzazioni di polizia (porto d'armi, ecc.), o relativi alle cd. misure di prevenzione di cui alla l. 1423/56.

E' evidente il pericolo di un grave vulnus dei diritti fondamentali, tra i quali quello alla difesa, che comporta l'utilizzo indiscriminato di tali informazioni, formate senza alcuna possibilità di partecipazione - o di contraddittorio! - dell'interessato o del suo difensore.

In questo senso è intervenuta dunque la disciplina sulla privacy, la quale - con una scelta forse opinabile dal punto di vista sistematico, dato che la sua collocazione naturale parrebbe essere il capo VII del titolo II del libro III del vigente codice di procedura penale rubricato "Sulle prove" - con l'articolo 42 l. 31 dicembre 1996 n. 675 dapprima, ed ora con l'articolo 175 del D.LGS. 30 settembre 2003, n. 196 (T.U. Privacy) ha novellato l'articolo 10 della l.121/1981 che al secondo comma espressamente recita :

I dati e le informazioni conservati negli archivi del Centro possono essere utilizzati in procedimenti giudiziari o amministrativi soltanto attraverso l'acquisizione delle fonti originarie indicate nel primo comma dell' articolo 7 fermo restando quanto stabilito dall' articolo 240 del codice di procedura penale.

In sostanza, in forza della predetta innovazione legislativa, non potranno più essere utilizzati come documenti - ed ovviamente non si potrà tenere conto del loro contenuto -i tabulati ottenuti mediante stampa dei dati contenuti negli elaboratori elettronici del C.E.D., né la prova dei fatti a cui i dati di riferiscono potrà essere ottenuta mediante deposizione testimoniale dei verbalizzanti avente ad oggetto detti dati, ma andranno acquisiti di volta in volta (eventualmente in copia, e quindi soltanto ove ancora esistenti e rintracciabili) le relazioni di servizio dei militari operanti, le denunce o querele presentate, ecc.

Tali fatti, ovviamente, potranno essere altresì essere provati sulla base di deposizioni testimoniali aventi ad oggetto il contenuto di tali "fonti originali" secondo le norme procedurali applicabili .

Qualora invece tali "fonti originali" non siano stati acquisite, le relative informazioni non potranno essere utilizzate, a pena di violazione di legge censurabile (fino) in Cassazione secondo le normative processuali applicabili .

Si pone, per alto verso, e specificatamente per i principi che governano il procedimento penale, il problema della compatibilità del sistema delineato con la presunzione di non colpevolezza di cui al capoverso dell'articolo 27 della Costituzione: è intuitivo che la sola presenza dei cd. precedenti di polizia di cui all'archivio del C.E.D. possa compromettere i diritti individuali del singolo, soprattutto quando il precedente di polizia non sia ancora stato sottoposto al vaglio del giudice naturale o, a fortiori, sia invece sfociato in una assoluzione .

Peraltro, secondo i pressoché unanimi principi enunciati dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione , la cancellazione del dato dall'archivio informatico non è consentita neppure quando il procedimento penale si sia esaurito con una sentenza di assoluzione (Cass., Sez. II, 11 febbraio 1994, Moretti), dato che, in questo caso, è possibile soltanto ordinare l'integrazione del dato mediante l'annotazione della intervenuta decisione di proscioglimento (Cass., Sez. IV, 13 aprile 1992, Calia).

Tale indirizzo è stato ribadito in una ulteriore pronuncia con cui è stato precisato che, a norma dell'art. 10 l. 121/81, il tribunale può ordinare la cancellazione dei dati soltanto quando essi siano inesatti o illegittimamente acquisiti, potendo, invece, ordinarsene l'integrazione nell'ipotesi di dati incompleti, come, appunto, si verifica allorché l'incompletezza derivi dalla mancata annotazione dell'esito del procedimento conclusosi con l'archiviazione o il proscioglimento (Cass., Sez. I, 26 febbraio 1996, Somma).

La soluzione prospettata, che trova nella rettifica - rectius: integrazione - del precedente di polizia con la sopravvenuta sentenza assolutoria il punto di equilibrio fra gli interessi coinvolti , sembra non soddisfare appieno, anche perché pare non contrastare sufficientemente la cultura del sospetto, che - si sa - può essere peggiore di ogni certezza.

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***

Note di aggiornamento:

. 00415/2013 REG.PROV.COLL.

N. 00028/2013 REG.RIC.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Trento

(Sezione Unica)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 28 del 2013, proposto da:
****C., rappresentata e difesa dall'avv. Giovanni Guarini e con domicilio eletto presso la Segreteria del Tribunale in Trento, via Calepina, n. 50

contro

Amministrazione dell'Interno - Questura di Trento, in persona del Ministro pro tempore, rappresentata e difesa dall'Avvocatura dello Stato di Trento domiciliata per legge in Trento, Largo Porta Nuova, n. 9

per l'annullamento

- del provvedimento del Questore di Trento del 15 ottobre 2012, con cui è stato disposto che la ricorrente sia avvisata oralmente;

- del verbale di avviso orale, di cui all'art. 3 del d.lgs. n. 159/2011;

- di ogni altro atto comunque connesso.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l?atto di costituzione in giudizio del Ministero dell'Interno - Questura di Trento;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 5 dicembre 2013 il cons. Alma Chiettini e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

1. La sig.ra C. ha impugnato il provvedimento di avviso orale del Questore della Provincia di Trento, notificatole il 22 novembre 2012, con il quale - evidenziati una serie di precedenti giudiziari e di polizia che l?hanno coinvolta negli anni dal 2000 al 2012 - è stata invitata a tenere una condotta conforme alla legge.

2. A sostegno del ricorso l?interessata ha dedotto i seguenti motivi di diritto:

I - violazione dell?art. 3 del d.lgs. 6.9.2011, n. 159, adducendo che non vi sarebbe stato alcun colloquio con il Questore ma la sola consegna di un verbale con mero valore ricognitivo;

II - violazione dell?art. 3 del d.lgs. 6.9.2011, n. 159, dell?art. 460, comma 5, c.p.p., dell?art. 3 della legge 7.8.1990, n. 241; carenza di motivazione ed erronea valutazione dei presupposti;

la motivazione sarebbe generica e ripetitiva di quella contenuta nell?atto di avvio del procedimento ricevuto il 2 ottobre 2012; inoltre essa è fondata su dati erronei, in quanto i precedenti penali menzionati si riferirebbero a fatti esigui e risalenti nel tempo; i decreti penali non avrebbero efficacia di giudicato nel procedimento amministrativo;

III - violazione dell?art. 3 del d.lgs. 6.9.2011, n. 159, degli artt. 331 e 333 c.p.p., dell?art. 27, secondo comma, della Costituzione, dell?art. 10 della legge 1.4.1981, n. 121, erronea valutazione dei fatti e della pericolosità desunta da soli precedenti di polizia;

al riguardo la ricorrente contesta la generica menzione di una serie di precedenti di polizia, tuttavia inutilizzabili sia perché costituiti da sole denunce che non provano né la colpevolezza né la pericolosità, sia perché non accompagnati dalle fonti originali.

3. Si è costituita in giudizio con memoria di rito l?intimata Amministrazione dell'Interno.

4. Alla pubblica udienza del 5 dicembre 2013 la causa è stata trattenuta per la decisione.

DIRITTO

1. Il ricorso è fondato.

2. Giova premettere che l?istituto dell?avviso orale del Questore, già codificato negli artt. 1 e 4 della l. 27 dicembre 1956, n. 1423, come modificata dalla l. 3 agosto 1988, n. 327, è ora disciplinato dagli art. 1 e 3 del d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159 (codice delle leggi antimafia).

L?art. 1 del citato codice stabilisce che le misure di prevenzione personale si applicano nei confronti di coloro che, sulla base di elementi di fatto, debbano ritenersi:

- abitualmente dediti a traffici delittuosi;

- per la condotta ed il tenore di vita, vivere abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;

- per il loro comportamento, essere dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l'integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Il successivo art. 3 dispone che il Questore può avvisare oralmente i soggetti indicati nell'articolo 1 che esistono indizi a loro carico, indicando gli elementi e i motivi che li giustificano, invitando l?interessato a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo il processo verbale dell'avviso al solo fine di dare allo stesso data certa.

3. Il giudizio sulla pericolosità sociale del soggetto avvisato, se non richiede, pertanto, la sussistenza di prove compiute sulla commissione di reati, presuppone, tuttavia, che siano indicati ?elementi di fatto?, tali da indurre l'Autorità di polizia a ritenere sussistente la condizione di pericolosità sociale. Quindi, anche in assenza di addebiti specifici, deve pur sempre emergere ?una situazione rivelatrice di personalità incline a comportamenti asociali o antisociali? (cfr., C.d.S., sez. VI, 17.2.2012, n. 837; 27.4.2011, n. 2468; 22.2.2010, n. 1023; 30.12.2005, n. 7581).

4. Nella materia compete, quindi, all'Autorità di polizia una valutazione ampiamente discrezionale, sindacabile soltanto sotto il profilo della sussistenza dei presupposti, nonché della sufficienza, logicità e congruità della motivazione, la quale, in sintesi, previa esatta e compiuta valutazione dei fatti, deve rivelarsi convincente (cfr., T.R.G.A. Trento, 25.7.2012, n. 244).

5a. Ciò premesso, con il primo motivo la ricorrente sostiene che l'applicazione della misura di prevenzione sarebbe consentita solo a seguito di un colloquio con il Questore che, nella specie, è mancato.

5b. Questo mezzo è infondato.

Le disposizioni di cui all?art. 3 del d.lgs. 159/2011 non prevedono affatto che il colloquio debba essere svolto dal Questore in persona. Pertanto, tale Autorità può delegare all?uopo un proprio sostituto, come è avvenuto nella fattispecie attraverso il Dirigente il Commissariato di P.S. di Rovereto.

5c. La delegabilità delle funzioni costituisce, infatti, un principio generale del diritto amministrativo e, non rinvenendosi alcuna previsione speciale che escluda tale possibilità per l'atto di cui si discute, si deve concludere che non sussiste la violazione di legge dedotta (cfr., in termini, T.R.G.A. Trento, 25.7.2012, n. 244; T.A.R. Calabria, Reggio Calabria, sez. I, 18.7.2012, n. 495; T.R.G.A. Bolzano, 10.3.2010, n. 69; T.A.R. Lombardia, Brescia, sez. II, 15.1.2010, n. 66).

6. All?opposto, meritano di essere apprezzate favorevolmente le censure dedotte con i restanti due motivi (trattabili congiuntamente), secondo cui l?Amministrazione avrebbe posto a sostegno dell?applicazione della misura anche la riscontrata presenza di sette precedenti di polizia - furti, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, ingiuria, segnalati tra il febbraio 2011 e il settembre 2012 - genericamente indicati solo con la data della segnalazione ma senza specificare data e luogo di commissione e senza verificarne l?attualità e la completezza. Per converso, quanto alla denuncia per furto in abitazione dell?1.6.2012 la deducente ha esibito in giudizio il verbale di rimessione di querela redatto nello stesso giorno, nonché il successivo verbale di accettazione della remissione (cfr. doc. n. 3 di parte ricorrente).

7a. Giustamente, quindi, la ricorrente denuncia la violazione dell?art. 10 della legge 1.4.1981, n. 121, e l?erronea valutazione dei fatti e dei presupposti.

7b. Il combinato disposto degli artt. 6, comma 1, lett. a), 7, comma 1, e 8, commi 1 e 2, della l. 121/1981 autorizza il Centro elaborazione dati (CED), istituito presso il Ministero dell?Interno, a raccogliere, elaborare, classificare e conservare informazioni e dati forniti dalle forze di polizia in materia di tutela dell'ordine, della sicurezza pubblica e di prevenzione e repressione della criminalità, e che si riferiscono a notizie risultanti da: documenti che comunque siano conservati dalla pubblica amministrazione o da enti pubblici; sentenze o provvedimenti dell'autorità giudiziaria; atti concernenti l'istruzione penale o da indagini di polizia.

L?art. 10 della stessa legge, nel testo novellato dal codice sulla protezione dei dati personali di cui al d.lgs. 30.6.2003, n. 196, stabilisce che i dati e le informazioni conservati negli archivi del Centro possono essere utilizzati in procedimenti amministrativi soltanto attraverso l'acquisizione delle fonti originarie indicate nel comma 1 dell'articolo 7, sopra citate.

7c. Ne consegue che l?Autorità amministrativa di pubblica sicurezza, autorizzata dall?art. 9 della stessa legge 121/1981 ad accedere e a utilizzare i dati contenuti del CED, non può però usarli direttamente per esprimere dubbi e prognosi su base probabilistica, perché essi, in quanto miscellanea di atti e di informazioni non verificati e di svariata provenienza, non costituiscono, di per sé, ?elementi di fatto?, di cui all?art. 1 del d.lgs. 159/2011 sopra citato.

In altri termini, l?utilizzo dei dati del CED, consentito anche all?Autorità di pubblica sicurezza, comporta però che essa è tenuta ad acquisire i documenti a cui quei dati si riferiscono (provvedimenti giudiziari, denunce, querele, ecc.), perché solo a seguito dell?esame e della valutazione diretta delle fonti può legittimamente esprimersi in via prognostica (cfr., in termini, C.d.S., sez. VI, 30.1.2007, n. 340).

7d. Ciò implica, tornando al caso concreto, l?illegittimità dell?uso delle segnalazioni di polizia rinvenute a carico della ricorrente ed elencate nel verbale d?avviso orale del 22.11.2012.

8a. Il ?curriculo delinquenziale? posto a fondamento dei provvedimenti sub iudice rimane, perciò, sorretto, quanto ad elementi di fatto, solo dai seguenti precedenti giudiziari:

- sentenza della Corte di Appello di Trento per detenzione di monete falsificate, per un reato commesso a Rovereto il 24 marzo 2000 e dichiarato estinto nel 2009;

- due decreti penali di condanna del 2009 e del 2010, emessi dal G.I.P. del Tribunale di Rovereto, per guida in stato di ebbrezza e per resistenza a pubblico ufficiale e rifiuto di indicare la propria identità.

8b. Ebbene, nonostante i decreti penali di condanna, a differenza di quanto asserisce la ricorrente, possano essere utilizzati e valutati nei procedimenti amministrativi, com?è quello all?esame, perché l'art. 460 c.p.p. esclude la loro efficacia di giudicato solo nel giudizio civile o amministrativo, emerge con evidenza che i riportati precedenti non sono sufficienti ad integrare ?il sospetto? che la ricorrente sia ?incline alla devianza e al crimine?, come asserito nei provvedimenti impugnati. Invero, trattasi di un precedente datato e di due fatti commessi a pochi giorni di distanza: dalla loro complessiva valutazione emerge non tanto la riconducibilità della persona della ricorrente alla categoria di coloro che possono ritenersi "dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo ? ", di cui all'art. 1, comma 1, lett. c), del d.lgs. 159/2011, quanto, piuttosto, l?esistenza di una situazione personale di problematicità.

9. In conclusione, per le considerazioni sopra esposte il ricorso deve essere accolto, con il conseguente annullamento dei provvedimenti impugnati.

10. Le spese di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Trento (Sezione Unica)

definitivamente pronunciando sul ricorso n. 28 del 2013,

lo accoglie.

Condanna l?Amministrazione dell?Interno al pagamento delle spese del giudizio a favore della ricorrente, che liquida in complessivi ? ***, oltre C.N.P.A e I.V.A.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Trento nella camera di consiglio del giorno 5 dicembre 2013 con l'intervento dei magistrati:

Armando Pozzi, Presidente

Lorenzo Stevanato, Consigliere

Alma Chiettini, Consigliere, Estensore

     


EPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 18/12/2013

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

***

Aggiornamento:

La Corte EDU nella sentenza del 18 settembre 2014 BRUNET c Francia (ricorso 21010/10) ha rilevato la violazione dell'art. 8 la conservazione nei registi di polizia di informazioni circa una denuncia e la pendenza di un procedimento penale (poi conclusosi con una mediazione) nell'ordinamento francese perché non proporzionato. 

 

EUROPEAN COURT OF HUMAN RIGHTS 

CINQUIÈME SECTION

AFFAIRE BRUNET c. FRANCE

 

(Requête no 21010/10

ARRÊT

 STRASBOURG

 

18 septembre 2014

 

 

Cet arrêt deviendra définitif dans les conditions définies à l?article 44 § 2 de la Convention. Il peut subir des retouches de forme.

 

En l?affaire Brunet c. France,

La Cour européenne des droits de l?homme (cinquième section), siégeant en une chambre composée de :

              Mark Villiger, président,
              Ann Power-Forde,
              Ganna Yudkivska,
              Vincent A. De Gaetano,
              André Potocki,
              Helena Jäderblom,
              Ale? Pejchal, juges,
et de Claudia Westerdiek, greffière de section,

Après en avoir délibéré en chambre du conseil le 26 août 2014,

Rend l?arrêt que voici, adopté à cette date :

PROCÉDURE

1.  À l?origine de l?affaire se trouve une requête (no 21010/10) dirigée contre la République française et dont un ressortissant de cet État, M. Francois XavierBrunet (« le requérant »), a saisi la Cour le 29 mars 2010 en vertu de l?article 34 de la Convention de sauvegarde des droits de l?homme et des libertés fondamentales (« la Convention »).

2.  Le requérant a été représenté par Me A. Barlaguet, avocat à Brunoy. Le gouvernement français (« le Gouvernement ») a été représenté par son agent, MmeE. Belliard, directrice des affaires juridiques au ministère des Affaires étrangères.

3.  Invoquant les articles 6, 8, 13 et 17 de la Convention, le requérant se plaint des conditions de sa garde à vue, de l?absence de suites concernant sa plainte, des conséquences de son inscription au fichier STIC et de l?absence de recours contre la décision lui refusant l?effacement de ses coordonnées.

4.  Le 14 septembre 2011, la requête a été communiquée au Gouvernement.

EN FAIT

I.  LES CIRCONSTANCES DE L?ESPÈCE

5.  Le requérant est né en 1959 et réside à Yerres.

6.  Le 10 octobre 2008, une altercation violente eut lieu entre le requérant et sa compagne. Le lendemain, cette dernière déposa plainte auprès du procureur de la République d?Evry. Le requérant fut placé en garde à vue. Il porta plainte à son tour pour violences contre sa concubine. Il fut libéré et convoqué pour médiation pénale le 24 novembre 2008.

7.  Le 12 octobre 2008, le requérant et sa compagne écrivirent au procureur de la République pour exprimer leur désaccord avec la qualification détaillée de l?infraction reprochée au requérant, telle qu?elle figurait dans la convocation pour médiation pénale. Ils contestèrent en particulier les termes « avoir (...) volontairement exercé des violences ...». La médiation alla néanmoins à son terme et la procédure fut classée sans suite. Du fait de sa mise en cause, le requérant fut inscrit dans le système de traitement des infractions constatées (STIC). Par ailleurs, aucune suite ne fut donnée à sa plainte.

8.  Par un courrier du 11 avril 2009, le requérant demanda au procureur de la République du tribunal de grande instance d?Evry de faire procéder à l?effacement de ses données du fichier STIC, estimant que leur enregistrement était infondé, sa concubine s?étant rétractée et ayant présenté sa plainte comme un signal d?alarme des relations conflictuelles du couple.

9. Le 11 mai 2009, le procureur de la République informa le requérant de l?enregistrement de sa demande. Par une décision du 1er décembre 2009, il la rejeta, au motif que la procédure avait « fait l?objet d?une décision de classement sans suite fondée sur une autre cause que : absence d?infraction (...) ou infraction insuffisamment caractérisée (...) ». Le requérant fut informé de ce que cette décision n?était pas susceptible de recours.

II.  LE DROIT ET LA PRATIQUE INTERNES PERTINENTS

10.  L?infraction reprochée au requérant en l?espèce est un délit prévu à l?article 222-13 alinéa 6o du code pénal, dont les dispositions pertinentes se lisent comme suit :

« Les violences ayant entraîné une incapacité de travail inférieure ou égale à huit jours ou n?ayant entraîné aucune incapacité de travail sont punies de trois ans d?emprisonnement et de 45 000 euros d?amende lorsqu?elles sont commises :

(...)

6o  Par le conjoint ou le concubin de la victime ou le partenaire lié à la victime par un pacte civil de solidarité ; (...) »

11.  Le STIC est un fichier qui, bien qu?utilisé dès les années 1990, fut officiellement créé par le décret no 2001-583 du 5 juillet 2001 pris pour l?application des dispositions du troisième alinéa de l?article 31 de la loi no 78-17 du 6 janvier 1978 relative à l?informatique, aux fichiers et aux libertés et portant création du système de traitement des infractions constatées. Des modifications furent apportées par le décret no 2006-1258 du 14 octobre 2006, à la suite de l?entrée en vigueur de la loi no 2003-239 du 18 mars 2003. La loi no 2011-267 du 14 mars 2011 et le décret no 2012?652 du 4 mai 2012 codifièrent ensuite les dispositions relatives à ce fichier aux articles 230-6 et suivants et R. 40-23 et suivants du code de procédure pénale.

12.  Le STIC répertorie les informations provenant des comptes rendus d?enquêtes rédigés à partir des procédures établies par les personnels de la police nationale, de la gendarmerie nationale ou des douanes. Il a pour but de faciliter la constatation des infractions à la loi pénale, le rassemblement des preuves de ces infractions et la recherche de leurs auteurs. Sont inscrites au STIC les personnes à l?encontre desquelles sont réunis, pendant la phase d?enquête, des indices graves ou concordants rendant vraisemblable leur participation à la commission d?un crime, d?un délit ou de certaines contraventions de 5e classe définies dans le décret du 5 juillet 2001. Pour chacune, le fichier mentionne l?identité (nom, nom marital, nom d?emprunt officiel, prénoms, sexe), les surnom et alias, les date et lieu de naissance, la situation familiale, la filiation, la nationalité, l?adresse(s), la(les) profession(s), l?état de la personne, son signalement, et sa photographie, ainsi que les informations non nominatives qui concernent les faits objets de l?enquête, les lieux, dates de l?infraction et modes opératoires, et les informations et images relatives aux objets, y compris celles qui sont indirectement nominatives. Les victimes de ces faits sont également répertoriées.

13.  Le ministère de l?Intérieur est responsable du STIC, sous le contrôle du procureur de la République territorialement compétent.

14.  Les informations concernant un mis en cause majeur sont en principe conservées pendant vingt ans. Par dérogation, elles peuvent l?être pour une durée de cinq, dix ou quarante ans, selon la gravité de l?infraction ou si l?auteur était mineur au moment des faits. Les informations concernant les victimes sont conservées quinze ans au maximum.

15.  Le STIC est accessible à la consultation par les personnels des services de la police nationale, de la gendarmerie nationale et des douanes, individuellement désignés et spécialement habilités à cet effet, par les autres fonctionnaires investis par la loi d?attributions de police judiciaire, sous la même condition d?habilitation et de désignation, et par les magistrats du parquet et les juges d?instruction pour les recherches relatives aux infractions dont ils sont saisis. Il est également ouvert aux organismes de coopération internationale en matière de police judiciaire et aux services de police étrangers, sous certaines conditions. Enfin, il peut être consulté par les personnels chargés d?effectuer certaines enquêtes administratives préalables à la fourniture d?une habilitation ou d?un agrément, ou d?instruire des demandes d?acquisition de la nationalité française, de délivrance et de renouvellement des titres relatifs à l?entrée et au séjour des étrangers, ou encore de nomination et de promotion dans les ordres nationaux.

16.  Les victimes peuvent s?opposer à la conservation de leurs données dès lors que l?auteur a été condamné définitivement. S?agissant des personnes mises en causes, l?article 3 du décret no 2001-583 du 5 juillet 2001 pris pour l?application des dispositions du troisième alinéa de l?article 31 de la loi no 78-17 du 6 janvier 1978 relative à l?informatique, aux fichiers et aux libertés et portant création du système de traitement des infractions constatées se lisait, dans sa version en vigueur à l?époque des faits, comme suit :

« (...) Toute personne mise en cause lors d?une enquête préliminaire, de flagrance ou sur commission rogatoire d?une juridiction d?instruction peut exiger que la qualification des faits finalement retenue par l?autorité judiciaire soit substituée à la qualification initialement enregistrée dans le fichier.

Toute personne ayant bénéficié d?une mesure de classement sans suite pour insuffisance de charges, d?une décision de non-lieu, de relaxe ou d?acquittement devenue définitive peut demander que le fichier soit mis à jour par le responsable du traitement dans les conditions prévues au III de l?article 21 de la loi du 18 mars 2003 susmentionnée compte tenu de ces suites judiciaires.

Ces demandes peuvent être adressées soit directement au procureur de la République territorialement compétent, soit, par l?intermédiaire de la Commission nationale de l?informatique et des libertés, au responsable du traitement qui les soumet au procureur de la République territorialement compétent.

Les personnes morales ne peuvent présenter leur demande que directement auprès du procureur de la République. »

L?article 21 de la loi du 18 mars 2003, disposait quant à lui :

« (...) III. - Le traitement des informations nominatives est opéré sous le contrôle du procureur de la République compétent qui peut demander qu?elles soient effacées, complétées ou rectifiées, notamment en cas de requalification judiciaire. La rectification pour requalification judiciaire est de droit lorsque la personne concernée la demande. En cas de décision de relaxe ou d?acquittement devenue définitive, les données personnelles concernant les personnes mises en cause sont effacées sauf si le procureur de la République en prescrit le maintien pour des raisons liées à la finalité du fichier, auquel cas elle fait l?objet d?une mention. Les décisions de non-lieu et, lorsqu?elles sont motivées par une insuffisance de charges, de classement sans suite font l?objet d?une mention sauf si le procureur de la République ordonne l?effacement des données personnelles. (...) »

17.  Depuis la loi du 14 mars 2011, les dispositions relatives à la rectification et l?effacement des données figurant dans le STIC sont codifiées à l?article 230-8 du code de procédure pénale, dont la version en vigueur au 12 mars 2012 se lit comme suit :

« Le traitement des données à caractère personnel est opéré sous le contrôle du procureur de la République territorialement compétent qui demande qu?elles soient effacées, complétées ou rectifiées, notamment en cas de requalification judiciaire. La rectification pour requalification judiciaire est de droit. Le procureur de la République se prononce sur les suites qu?il convient de donner aux demandes d?effacement ou de rectification dans un délai d?un mois. En cas de décision de relaxe ou d?acquittement devenue définitive, les données personnelles concernant les personnes mises en cause sont effacées, sauf si le procureur de la République en prescrit le maintien pour des raisons liées à la finalité du fichier, auquel cas elle fait l?objet d?une mention. Lorsque le procureur de la République prescrit le maintien des données personnelles relatives à une personne ayant bénéficié d?une décision d?acquittement ou de relaxe devenue définitive, il en avise la personne concernée. Les décisions de non-lieu et, lorsqu?elles sont motivées par une insuffisance de charges, de classement sans suite font l?objet d?une mention, sauf si le procureur de la République ordonne l?effacement des données personnelles. Les autres décisions de classement sans suite font l?objet d?une mention. Lorsqu?une décision fait l?objet d?une mention, les données relatives à la personne concernée ne peuvent faire l?objet d?une consultation dans le cadre des enquêtes administratives prévues aux articles L. 114-1L. 234-1 à L. 234-3du code de la sécurité intérieure et à l?article 17-1 de la loi no 95-73 du 21 janvier 1995 d?orientation et de programmation relative à la sécurité.

Les décisions d?effacement ou de rectification des informations nominatives prises par le procureur de la République sont portées à la connaissance des responsables de tous les traitements automatisés pour lesquels, sous réserve des règles d?effacement ou de rectification qui leur sont propres, ces mesures ont des conséquences sur la durée de conservation des données personnelles.

Le procureur de la République dispose pour l?exercice de ses fonctions d?un accès direct aux traitements automatisés de données à caractère personnel mentionnés à l?article 230-6. »

18.  De plus, le nouvel article 230-9 du code de procédure pénale a institué un magistrat référent chargé de suivre la mise en ?uvre et la mise à jour des traitements automatisés de données à caractère personnel. Il dispose des mêmes pouvoirs d?effacement, de rectification ou de maintien des données personnelles que le procureur de la République. Il peut agir d?office ou sur requête des particuliers et se prononce sur les suites qu?il convient de donner aux demandes d?effacement ou de rectification dans un délai d?un mois.

19.  Enfin, par un arrêt du 17 juillet 2013, le Conseil d?État a jugé que « les décisions en matière d?effacement ou de rectification, qui ont pour objet la tenue à jour [du STIC] et sont détachables d?une procédure judiciaire, constituent des actes de gestion administrative du fichier et peuvent faire l?objet d?un recours pour excès de pouvoir devant le juge administratif ». Il s?agissait en l?espèce d?une décision du procureur de la République de Paris refusant l?effacement des mentions d?une personne.

EN DROIT

I.  SUR LA RECEVABILITÉ

20.  Invoquant les articles 6 et 17 de la Convention, le requérant se plaint du déroulement de l?enquête et de la garde à vue dont il a fait l?objet, ainsi que de l?absence de suites données à la plainte qu?il a lui-même déposée contre sa compagne.

21.  La Cour observe que le requérant n?a pas soulevé ces griefs devant les juridictions internes. Il s?ensuit que cette partie de la requête doit être rejetée pour non-épuisement des voies de recours internes, en application de l?article 35 §§ 1 et 4 de la Convention.

22.  Par ailleurs, invoquant l?article 8 en substance, ainsi que l?article 13, le requérant critique son inscription au STIC.

23.  La Cour constate que ce grief n?est pas manifestement mal fondé au sens de l?article 35 § 3 a) de la Convention. Elle relève par ailleurs qu?il ne se heurte à aucun autre motif d?irrecevabilité. Il convient donc de le déclarer recevable.

II.  SUR LA VIOLATION ALLÉGUÉE DE L?ARTICLE 8 DE LA CONVENTION

24.  Le requérant allègue que son inscription au STIC constitue une violation de la Convention, invoquant en substance son article 8, dont les dispositions se lisent comme suit :

« 1.  Toute personne a droit au respect de sa vie privée et familiale, de son domicile et de sa correspondance.

2.  Il ne peut y avoir ingérence d?une autorité publique dans l?exercice de ce droit que pour autant que cette ingérence est prévue par la loi et qu?elle constitue une mesure qui, dans une société démocratique, est nécessaire à la sécurité nationale, à la sûreté publique, au bien?être économique du pays, à la défense de l?ordre et à la prévention des infractions pénales, à la protection de la santé ou de la morale, ou à la protection des droits et libertés d?autrui. »

25.  Le Gouvernement conteste cette thèse.

A.  Arguments des parties

1.  Le requérant

26.  Le requérant qualifie son inscription au STIC de diffamatoire et outrageante. Il estime subir un préjudice du fait que, dans l?hypothèse d?une séparation avec sa compagne, la consultation du fichier pourrait conduire à un rejet de sa demande de garde de son enfant.

27.  Enfin, le requérant considère que l?absence de recours contre la décision du 1er décembre 2009 est contraire à la Convention. Il estime que son auteur, le procureur de la République, n?est pas un magistrat indépendant et qu?il se soumet aux directives du Gouvernement qui visent à généraliser le fichage des citoyens.

2.  Le Gouvernement

28.  Le Gouvernement considère que la nature de l?atteinte à l?article 8 alléguée n?est pas précisée par le requérant. Il concède que l?inscription de l?identité de ce dernier au STIC constitue une ingérence dans son droit au respect de sa vie privée, mais précise que cette dernière était prévue par la loi, poursuivait un but légitime et était nécessaire dans une société démocratique.

29.  Le Gouvernement fait valoir que toute personne inscrite au STIC peut solliciter l?effacement ou la mise à jour des données la concernant auprès du procureur de la République. Il estime que ce recours est effectif, au regard de la nature limitée de l?ingérence. A cet égard, il rappelle que seuls sont répertoriés l?état civil du requérant et les données en relation avec l?infraction, ces éléments n?étant accessibles qu?à un nombre limité de personnes habilitées, pendant une durée de vingt ans justifiée par la nature et la gravité des faits reprochés, ainsi que par l?utilité de ces informations pour permettre au parquet d?apprécier l?opportunité des poursuites en cas de nouvelle mise en cause pour des faits similaires.

30.  Par ailleurs, le Gouvernement souligne que le requérant dispose, depuis la loi du 14 mars 2011, de la possibilité de s?adresser au magistrat référent instauré à l?article 230-9 du code de procédure pénale, afin de transformer son « inscription » en simple « mention ».

B.  Appréciation par la Cour

1.  L?existence de l?ingérence

31.  La Cour constate d?emblée que l?inscription au STIC des données relatives au requérant a constitué une ingérence dans son droit à la vie privée, ce qui n?est pas contesté par le Gouvernement.

2.  Justification de l?ingérence

a)  Base légale et but légitime

32.  La Cour observe que cette ingérence était « prévue par la loi » et qu?elle poursuivait les « buts légitimes » de défense de l?ordre, de prévention des infractions pénales, et de protection des droits d?autrui.

b)  Nécessité de l?ingérence

i.  Les principes généraux

33.  Il lui reste donc à examiner la nécessité de l?ingérence au regard des exigences de la Convention, qui commandent qu?elle réponde à un « besoin social impérieux » et, en particulier, qu?elle soit proportionnée au but légitime poursuivi et que les motifs invoqués par les autorités nationales pour la justifier apparaissent « pertinents et suffisants » (voir, notamment, M.K. c. France, no 19522/09, § 33, 18 avril 2013).

34.  S?il appartient tout d?abord aux autorités nationales de juger si toutes ces conditions se trouvent remplies, c?est à la Cour qu?il revient de trancher en définitive la question de la nécessité de l?ingérence au regard des exigences de la Convention (Coster c. Royaume-Uni [GC], no 24876/94, § 104, 18 janvier 2001, et S. et Marper c. Royaume-Uni [GC], nos 30562/04 et 30566/04, § 101, CEDH 2008). Une certaine marge d?appréciation, dont l?ampleur varie et dépend d?un certain nombre d?éléments, notamment de la nature des activités en jeu et des buts des restrictions, est donc laissée en principe aux États dans ce cadre (voir, notamment, Klass et autres c. Allemagne, 6 septembre 1978, § 49, série A no 28, Smith et Grady c. Royaume-Uni, nos 33985/96 et 33986/96, § 88, CEDH 1999-VI, Gardel c. France, no 16428/05, B.B. c. France, no 5335/06, et M.B. c. France, no 22115/06, 17 décembre 2009, respectivement §§ 60, 59 et 51). Cette marge est d?autant plus restreinte que le droit en cause est important pour garantir à l?individu la jouissance effective des droits fondamentaux ou d?ordre « intime » qui lui sont reconnus (Connors c. Royaume-Uni, no 66746/01, § 82, 27 mai 2004, et S. et Marper, précité, § 102). En revanche, lorsqu?il n?y a pas de consensus au sein des États membres du Conseil de l?Europe, que ce soit sur l?importance relative de l?intérêt en jeu ou sur les meilleurs moyens de le protéger, la marge d?appréciation est plus large (Dickson c. Royaume-Uni [GC], no 44362/04, § 78, CEDH 2007?XIII).

35.  La protection des données à caractère personnel joue un rôle fondamental pour l?exercice du droit au respect de la vie privée et familiale consacré par l?article 8 de la Convention. La législation interne doit donc ménager des garanties appropriées pour empêcher toute utilisation de données à caractère personnel qui ne serait pas conforme aux garanties prévues dans cet article. Cette nécessité se fait d?autant plus sentir lorsqu?il s?agit de protéger les données à caractère personnel soumises à un traitement automatique, en particulier lorsque ces données sont utilisées à des fins policières. Le droit interne doit notamment s?assurer que ces données sont pertinentes et non excessives par rapport aux finalités pour lesquelles elles sont enregistrées, et qu?elles sont conservées sous une forme permettant l?identification des personnes concernées pendant une durée n?excédant pas celle nécessaire aux finalités pour lesquelles elles sont enregistrées. Le droit interne doit aussi contenir des garanties de nature à protéger efficacement les données à caractère personnel enregistrées contre les usages impropres et abusifs (S. et Marper c. Royaume-Uni, précité, § 103, Gardel c. France, précité, § 62, CEDH 2009, et M.K. c. France, précité, § 35).

36.  Pour apprécier le caractère proportionné de la durée de conservation des informations au regard du but poursuivi par leur mémorisation, la Cour tient compte de l?existence ou non d?un contrôle indépendant de la justification de leur maintien dans le système de traitement, exercé sur la base de critères précis tels que la gravité de l?infraction, les arrestations antérieures, la force des soupçons pesant sur la personne ou toute autre circonstance particulière (S. et Marper c. Royaume-Uni, précité, § 119, et B.B. c. France, précité, § 68).

37.  Enfin, il appartient à la Cour d?être particulièrement attentive au risque de stigmatisation de personnes qui, à l?instar du requérant, n?ont été reconnues coupables d?aucune infraction et sont en droit de bénéficier de la présomption d?innocence. Si, de ce point de vue, la conservation de données privées n?équivaut pas à l?expression de soupçons, encore faut-il que les conditions de cette conservation ne leur donne pas l?impression de ne pas être considérés comme innocents (S. et Marper, précité, § 122, et M.K., précité, § 36).

ii.  L?application des principes susmentionnés au cas d?espèce

38.  La Cour observe d?emblée que le requérant se plaint d?une atteinte susceptible d?être portée à sa vie privée et familiale du fait de son inscription au fichier, dans le cadre d?une éventuelle procédure devant le juge aux affaires familiales relative au droit de garde de son enfant. Or, elle constate que ce magistrat ne figure pas parmi les personnes ayant accès au fichier concerné. La situation dénoncée par le requérant n?est donc pas susceptible de se produire.

39.  En revanche, s?agissant du caractère outrageant invoqué, la Cour note que si les informations répertoriées au STIC ne comportent ni les empreintes digitales (à la différence du fichier automatisé des empreintes digitales ? voir M.K., précité) ni le profil ADN des personnes, elles présentent néanmoins un caractère intrusif non négligeable, en ce qu?elles font apparaître des éléments détaillés d?identité et de personnalité en lien avec des infractions constatées, dans un fichier destiné à la recherche des infractions.

40.  En outre, la Cour relève que le requérant a bénéficié, à la suite de la médiation pénale, d?un classement sans suite justifiant qu?il reçoive un traitement différent de celui réservé à une personne condamnée, afin d?éviter tout risque de stigmatisation (S. et Marper, précité, § 22, et M.K., précité, § 42). À ce titre, elle observe que depuis la loi du 14 mars 2011, l?article 230-8 du code de procédure pénale dispose que, dans une telle hypothèse, le classement sans suite doit faire l?objet d?une mention sur la fiche enregistrée au STIC et les données relatives à la personne concernée ne peuvent alors plus être consultées dans le cadre de certaines enquêtes administratives. En l?espèce, la Cour ignore si la décision du ministère public a été effectivement inscrite parmi les informations concernant le requérant. Néanmoins, elle constate qu?en tout état de cause cette mesure n?a pas d?effet sur la durée de conservation de la fiche, qui est de vingt ans. Or, elle considère que cette durée est importante, compte tenu de l?absence de déclaration judiciaire de culpabilité et du classement sans suite de la procédure après le succès de la médiation pénale. Il lui appartient donc de s?interroger sur le caractère proportionné d?un tel délai, en tenant compte de la possibilité pour l?intéressé de demander l?effacement anticipé des données (voir mutatis mutandis, M.K., précité, § 45).

41.  À cet égard, la Cour relève que la loi, dans sa version applicable à l?époque des faits comme dans celle en vigueur, ne donne au procureur le pouvoir d?ordonner l?effacement d?une fiche que dans l?hypothèse d?un non-lieu ou d?un classement sans suite motivé par une insuffisance des charges, outre les cas de relaxe ou d?acquittement pour lesquels l?effacement est de principe mais où il peut prescrire le maintien des données au STIC. En l?espèce, pour rejeter la demande présentée à cette fin par le requérant, le procureur de la République d?Evry a appliqué strictement ces dispositions et s?est borné à constater que la procédure concernée avait fait l?objet d?une décision de classement sans suite fondée sur une autre cause que l?absence d?infraction ou son caractère insuffisamment caractérisé. Il n?avait donc pas compétence pour vérifier la pertinence du maintien des informations concernées dans le STIC au regard de la finalité de ce fichier, ainsi que des éléments de fait et de personnalité. La Cour estime qu?un tel contrôle ne saurait passer pour effectif, l?autorité chargée de l?exercer n?ayant pas de marge d?appréciation pour évaluer l?opportunité de conserver les données.

42.  De même, elle note qu?à l?époque des faits la décision du procureur de la République n?était susceptible d?aucun recours. Certes, d?une part, le droit interne permet désormais à l?intéressé d?adresser une nouvelle demande au magistrat référent visé à l?article 230-9 du code de procédure pénale, comme le soutient le Gouvernement. La Cour observe néanmoins que le texte précise que ce magistrat « dispose des mêmes pouvoirs d?effacement, de rectification ou de maintien des données personnelles (...) que le procureur de la République». Aux yeux de la Cour, un tel recours ne présente donc pas le caractère d?effectivité nécessaire, l?autorité décisionnaire ne disposant d?aucune marge d?appréciation quant à la pertinence du maintien des informations au fichier, notamment lorsque la procédure a été classée sans suite après une médiation pénale, comme en l?espèce. D?autre part, la jurisprudence récente du Conseil d?État reconnaît la possibilité d?exercer un recours pour excès de pouvoir contre les décisions du procureur en matière d?effacement ou de rectification, qui ont pour objet la tenue à jour du STIC et sont détachables d?une procédure judiciaire (paragraphe 19 ci-dessus). Cependant, la Cour constate que cette faculté n?était pas reconnue à l?époque des faits, le requérant s?étant vu expressément notifier l?absence de toute voie de contestation ouverte contre la décision du procureur du 1er décembre 2009.

43.  Ainsi, bien que la conservation des informations insérées dans le STIC soit limitée dans le temps, il en découle que le requérant n?a pas disposé d?une possibilité réelle de demander l?effacement des données le concernant et que, dans une hypothèse telle que celle de l?espèce, la durée de vingt ans prévue est en pratique assimilable, sinon à une conservation indéfinie, du moins à une norme plutôt qu?à un maximum (M.K., précité).

44.  En conclusion, la Cour estime que l?État défendeur a outrepassé sa marge d?appréciation en la matière, le régime de conservation des fiches dans le STIC, tel qu?il a été appliqué au requérant, ne traduisant pas un juste équilibre entre les intérêts publics et privés concurrents en jeu. Dès lors, la conservation litigieuse s?analyse en une atteinte disproportionnée au droit du requérant au respect de sa vie privée et ne peut passer pour nécessaire dans une société démocratique.

45.  Il y a donc eu violation de l?article 8 de la Convention.

III.  SUR LA VIOLATION ALLÉGUÉE DE L?ARTICLE 13 DE LA CONVENTION

46.  Le requérant allègue aussi la violation de l?article 13 de la Convention, ainsi libellé :

« Toute personne dont les droits et libertés reconnus dans la (...) Convention ont été violés, a droit à l?octroi d?un recours effectif devant une instance nationale, alors même que la violation aurait été commise par des personnes agissant dans l?exercice de leurs fonctions officielles. »

47.  Compte tenu de la conclusion qui précède (paragraphe 38 ci-dessus), la Cour estime ne pas devoir se prononcer sur le grief en question (voir, notamment, Lambert c. France, 24 août 1998, § 43, Recueil des arrêts et décisions 1998?V).

IV.  SUR L?APPLICATION DE L?ARTICLE 41 DE LA CONVENTION

48.  Aux termes de l?article 41 de la Convention,

« Si la Cour déclare qu?il y a eu violation de la Convention ou de ses Protocoles, et si le droit interne de la Haute Partie contractante ne permet d?effacer qu?imparfaitement les conséquences de cette violation, la Cour accorde à la partie lésée, s?il y a lieu, une satisfaction équitable. »

49.  Le requérant réclame 8 000 euros (EUR) au titre du préjudice matériel et moral qu?il aurait subi.

50.  Le Gouvernement observe que l?essentiel des éléments constitutifs de préjudice invoqués par le requérant se rapportent aux griefs liés aux conditions alléguées de sa garde à vue et de l?enquête. Il ajoute que, s?agissant de l?inscription au STIC, le requérant ne fournit aucun élément d?explication sur la consistance de son préjudice moral. Il estime qu?un constat de violation constitue une réparation suffisante du préjudice invoqué.

51.  La Cour observe que le requérant n?explique pas en quoi a constitué le préjudice matériel subi du fait de son inscription au STIC. Elle estime cependant que le requérant a subi un tort moral certain et, statuant en équité comme le veut l?article 41, lui accorde à ce titre la somme de 3 000 EUR.

PAR CES MOTIFS, LA COUR, À L?UNANIMITÉ,

1.  Déclare la requête recevable quant aux griefs tirés de la violation des articles 8 et 13 et irrecevable pour le surplus ;

 

2.  Dit qu?il y a eu violation de l?article 8 de la Convention ;

 

3.  Dit qu?il n?y a pas lieu d?examiner le grief tiré de l?article 13 de la Convention ;

 

4.  Dit

a)  que l?État défendeur doit verser au requérant, dans les trois mois à compter du jour où l?arrêt sera devenu définitif conformément à l?article 44 § 2 de la Convention, 3 000 EUR (trois mille euros) pour dommage moral, plus tout montant pouvant être dû à titre d?impôt ;

 

b)  qu?à compter de l?expiration dudit délai et jusqu?au versement, ces montants seront à majorer d?un intérêt simple à un taux égal à celui de la facilité de prêt marginal de la Banque centrale européenne applicable pendant cette période, augmenté de trois points de pourcentage ;

 

5.  Rejette la demande de satisfaction équitable pour le surplus.

Fait en français, puis communiqué par écrit le 18 septembre 2014, en application de l?article 77 §§ 2 et 3 du règlement.

              Claudia Westerdiek              Mark Villiger
              Greffière              Président

 

 

 

Corte Costituzionale ? sentenza 14-28 dicembre 2005, n. 466 Presidente Marini ? Relatore Amirante

Ritenuto in fatto

1. Nel corso di un procedimento penale a carico di un cittadino macedone imputato del reato di cui all?articolo 13, comma 13 bis, secondo periodo, del D.Lgs 286/98 (TU delle disposizioni concernenti la disciplina dell?immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall?articolo 12 della legge 189/02 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), il Tribunale di Gorizia, con ordinanza del 4 agosto 2003, ha sollevato questione di legittimità costituzionale del predetto articolo 13, comma 13 bis, in riferimento agli articoli 2, 3 e 27 della Costituzione.

Osserva il remittente che, nel procedimento penale sottoposto al suo giudizio, il cittadino macedone è imputato del reato di cui alla norma impugnata perché, denunciato in Gorizia per il reato di cui all?articolo 13, comma 13, del D.Lgs 286/98 ed espulso con decreto prefettizio del 1° novembre 2002, aveva fatto reingresso nel nostro Paese. Nell?ambito del procedimento in corso l?imputato ha avanzato richiesta di patteggiamento della pena con l?accordo del pubblico ministero, ma il Tribunale ritiene di dover sollevare d?ufficio la presente questione in quanto, fermo restando che il fatto contestato appare riconducibile alla fattispecie in esame, dalla risoluzione della questione dipende l?accoglimento o meno della proposta di pena concordata.

Ciò premesso, il Tribunale rileva che i commi 13 e 13 bis dell?articolo 13 del D.Lgs 286/98 prevedono due distinte ipotesi di reato, stabilendo, nel primo caso (rientro nel territorio dello Stato dopo il decreto prefettizio di espulsione), la pena dell?arresto da sei mesi ad un anno e, nel secondo (violazione del divieto di reingresso su ordine del giudice), la reclusione da uno a quattro anni. Sempre con la reclusione da uno a quattro anni è poi sanzionato, dal secondo periodo del comma 13 bis, il reingresso nel territorio nazionale dello straniero «già denunciato per il reato di cui al comma 13 ed espulso». In quest?ultimo caso, ad avviso del remittente, viene considerato elemento costitutivo di un delitto il dato «che taluno abbia riportato una denuncia (proveniente da qualsiasi fonte) per un precedente presunto illecito penale, in relazione al quale non vi è stata ancora una pronuncia di condanna definitiva»; il che pare in evidente contrasto con l?articolo 27, secondo comma, Costituzione, che prevede la cosiddetta ?presunzione di non colpevolezza?. La disposizione censurata, invece, senza imporre alcuna forma di verifica sull?esito effettivo della denuncia, per di più per un reato contravvenzionale, ignora che alla medesima potrebbe fare seguito una decisione assolutoria.

Ad avviso del giudice a quo, inoltre, la norma impugnata è in contrasto anche con gli articoli 2 e 3 Costituzione, per due ordini di ragioni: 1) perché non pare giustificata l?equiparazione da essa operata tra la condotta di chi rientri illegalmente nel territorio dello Stato in violazione di un provvedimento di espulsione adottato dall?autorità giudiziaria e quella di colui che vi rientri essendo stato espulso dal prefetto, e ciò per il solo fatto di essere stato denunciato per un precedente reato contravvenzionale; 2) perché sembra irragionevole la previsione di un diverso trattamento operato nei confronti dei presunti autori della medesima condotta materiale e formale (rientro illegale nel territorio dello Stato in violazione di un provvedimento di espulsione adottato dal prefetto), a seconda del fatto che essi siano stati o meno denunciati in precedenza per l?illecito contravvenzionale citato, in quanto essi «incorrono» in un delitto nel primo caso ed in una mera contravvenzione nel secondo.

2. È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall?Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata infondata. Osserva l?Avvocatura che le fattispecie criminose di cui agli articoli 13 e 13 bis del D.Lgs 286/98 non sono fra loro paragonabili, in quanto nell?un caso si è in presenza di rientro dopo la prima espulsione e nell?altro di rientro dopo la seconda espulsione. Quanto alla dedotta violazione dell?articolo 27 Costituzione, l?Avvocatura rileva che l?elemento della denuncia riveste un ruolo secondario nella configurazione dell?ipotesi di reato contestata dal remittente, perché ciò che assume peso decisivo è il fatto del reingresso dopo la seconda espulsione, rispetto al quale la denuncia è soltanto un «antecedente logico prima ancora che giuridico».

Considerato in diritto

1. Il Tribunale di Gorizia in composizione monocratica solleva, in riferimento agli articoli 2, 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell?articolo 13, comma 13 bis, secondo periodo, del D.Lgs 286/98 (Tu delle disposizioni concernenti la disciplina dell?immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall?articolo 12 della legge 189/02 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo). Nell?ordinanza di rimessione si premette che l?articolo 13 del d.lgs 286/98 prevede la pena dell?arresto e l?espulsione con accompagnamento alla frontiera per lo straniero che, essendo stato espulso dal territorio dello Stato, vi rientri senza una speciale autorizzazione del ministro dell?Interno. Ciò posto, il remittente sostiene che la norma censurata ? la quale commina la reclusione da uno a quattro anni allo straniero che, essendo stato denunciato ed espulso per il reato di cui all?articolo 13, comma 13, faccia reingresso nel territorio nazionale ? violi i suindicati parametri costituzionali, in quanto irragionevolmente attribuisce alla mera circostanza dell?avvenuta denunzia per il reato di reingresso l?efficacia di trasformare in grave delitto un comportamento altrimenti costituente reato contravvenzionale.

2. Occorre premettere che, successivamente all?ordinanza di rimessione, il quadro normativo è stato modificato dall?articolo 1, comma 2ter, del Dl 241/04 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, nella legge 271/04. Per quanto specificamente interessa la questione in esame, la sanzione prevista per il reato oggetto del giudizio a quo è stata aggravata nel massimo (da quattro a cinque anni di reclusione) ed il reato previsto dall?articolo 13, comma 13, anche in riferimento al quale il Tribunale di Gorizia ha motivato le sue censure, è stato trasformato da contravvenzione in delitto, con la previsione della pena della reclusione da uno a quattro anni. Tali modifiche, tuttavia, non impongono la restituzione degli atti al giudice remittente in quanto, comportando un aggravamento della posizione dell?imputato ? in via immediata per effetto dell?aggravamento della pena ed in via mediata, ma pur sempre rilevante, in conseguenza delle modifiche del quadro normativo di riferimento ? esse non sono applicabili al processo a quo, ai sensi dell?articolo 2, comma, 3 del Cp.

3. La questione riguarda, pertanto, la disposizione nel testo vigente al momento della commissione del fatto contestato e quale viveva nel quadro normativo allora esistente; così individuata nel suo oggetto, essa è fondata con riferimento all?articolo 3 della Costituzione. Questa Corte ha recentemente ribadito che la denuncia «è atto che nulla prova riguardo alla colpevolezza o alla pericolosità del soggetto indicato come autore degli atti che il denunciante riferisce» (v. sentenza 78/2005, ma cfr. anche la sentenza 173/97). Di conseguenza, si è ritenuto che non sia possibile far derivare dalla sola denuncia conseguenze pregiudizievoli per il denunciato, in quanto essa comporta soltanto l?obbligo degli organi competenti «a verificare se e quali dei fatti esposti in denuncia corrispondano alla realtà e se essi rientrino in ipotesi penalmente sanzionate, ossia ad accertare se sussistano le condizioni per l?inizio di un procedimento penale». Il legislatore del 2002 formulò la disposizione in scrutinio, con riguardo al sistema normativo all?epoca vigente, trasformando in delitto una fattispecie contravvenzionale per il solo fatto che lo straniero rientrato in Italia fosse stato denunciato per la contravvenzione di reingresso nel territorio nazionale senza autorizzazione ministeriale. Né alcun rilievo può avere la circostanza che alla denuncia era collegata anche l?espulsione perché, nel regime antecedente la sentenza di questa Corte 222/04, l?espulsione con accompagnamento alla frontiera era eseguita anche prima dell?eventuale convalida, sicché neppure sotto tale profilo la denuncia era soggetta ad alcuna delibazione.

Deve essere quindi dichiarata l?illegittimità costituzionale della disposizione censurata nel testo vigente prima delle modifiche introdotte con il Dl 241/04, convertito con modifiche nella legge 271/04. Restano assorbiti tutti gli altri profili di censura.

PQM

La Corte costituzionale dichiara l?illegittimità costituzionale dell?articolo 13, comma 13 bis, secondo periodo, del D.Lgs 286/98 (Tu delle disposizioni concernenti la disciplina dell?immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), risultante dalle modifiche introdotte nel testo dall?articolo 12 della legge 189/02 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo).

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

QUINTA SEZIONE

CAUSA M. K. c. FRANCIA

(Ricorso n. 19522/09)

SENTENZA

STRASBURGO

18 aprile 2013

Questa sentenza diverrà definitiva alle condizioni definite nell’articolo 44 § 2 della Convenzione. Può subire modifiche di forma.

Nella causa M. K. c. Francia,

La Corte europea dei diritti dell’Uomo (quinta sezione), riunita in una camera composta da:

Mark Villiger, presidente,
Angelika Nußberger,
Ann Power-Forde,
André Potocki,
Paul Lemmens,
Helena Jäderblom,
Aleš Pejchal, giudici,
e da Claudia Westerdiek, cancelliere di sezione,

Dopo avere deliberato in camera di consiglio il 26 marzo 2013,

Pronuncia la seguente sentenza, adottata in tale data:

PROCEDURA

1. All’origine della causa vi è un ricorso (n. 19522/09) proposto contro la Repubblica francese con cui un cittadino di quello Stato, il sig. M. K. («il ricorrente»), ha adito la Corte il 28 febbraio 2009 in virtù dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali («la Convenzione»).

2. Il ricorrente, ammesso al beneficio del gratuito patrocinio, è stato rappresentato dall’Avv. C. Meyer, del foro di Strasburgo. Il governo francese («il Governo») è rappresentato dal suo agente, sig.ra E. Belliard, direttore degli affari giuridici del ministero degli Affari esteri.

3. Il ricorrente denuncia, in particolare, una violazione dell’articolo 8 della Convenzione, a causa della conservazione di dati che lo riguardano nello schedario automatizzato delle impronte digitali.

4. L’8 marzo 2011 il ricorso è stato comunicato al Governo.

IN FATTO

I. LE CIRCOSTANZE DEL CASO DI SPECIE

5. Il ricorrente è nato nel 1972 e risiede a Parigi.

6. Il 10 febbraio 2004 egli fu sottoposto a indagini per furto di libri. Gli inquirenti gli prelevarono le impronte digitali.

7. Con sentenza del 15 febbraio 2005, pronunciata su appello di una sentenza emessa il 28 aprile 2004 dal tribunale penale di Parigi, la corte d’appello di Parigi assolse il ricorrente.

8. Il 28 settembre 2005 il ricorrente fu posto in stato di fermo nell’ambito di un’inchiesta in flagranza di reato, sempre per furto di libri. Gli furono prelevate nuovamente le impronte digitali.

9. Il 2 febbraio 2006 il procuratore della Repubblica di Parigi archiviò questo procedimento.

10. Le impronte rilevate in occasione di tali procedimenti furono registrate nello schedario automatizzato delle impronte digitali («FAED»).

11. Con missiva del 21 aprile 2006, il ricorrente chiese al procuratore della Repubblica di Parigi la cancellazione delle sue impronte dal FAED.

12. Il 31 maggio 2006 il procuratore della Repubblica fece procedere unicamente alla cancellazione delle impronte prelevate durante il primo procedimento, facendo notare che la conservazione di un esemplare delle impronte del ricorrente era nell’interesse di questi, in quanto avrebbe consentito di escludere l’implicazione dello stesso in caso di fatti commessi da un terzo con usurpazione della sua identità.

13. Il 26 giugno 2006 il ricorrente propose ricorso dinanzi al giudice delle libertà e della detenzione presso il tribunale di grande istanza di Parigi.

14. Con ordinanza del 25 agosto 2006, il giudice delle libertà e della detenzione rigettò tale istanza, ritenendo che la conservazione delle impronte fosse di interesse degli inquirenti, poiché consentiva loro di disporre di uno schedario contenente il maggior numero possibile di riferimenti. Il giudice aggiunse che la misura non recava alcun pregiudizio al ricorrente; la riservatezza dello schedario escludeva infatti conseguenze sulla vita sociale o personale dell’interessato.

15. Il 21 dicembre 2006 il presidente della sezione istruttoria della corte d’appello di Parigi confermò l’ordinanza.

16. Con sentenza del 1o ottobre 2008, la Corte di cassazione rigettò il ricorso del ricorrente ritenendo che, stante il carattere scritto del procedimento, egli fosse stato posto in condizione di far valere le sue argomentazioni e di prendere visione dell’opposizione motivata del pubblico ministero. Essa aggiunse che gli atti processuali consentivano al ricorrente di accertarsi che la domanda fosse stata trattata conformemente ai testi legali e convenzionali da lui invocati, tra i quali figurava l’articolo 8 della Convenzione.

II.IL DIRITTO INTERNO E INTERNAZIONALE PERTINENTE

A.Il diritto interno pertinente

17. Le disposizioni pertinenti del decreto n. 87-249 dell’8 aprile 1987 relativo allo schedario automatizzato delle impronte digitali gestito dal ministero dell’Interno, nella versione pertinente all’epoca dei fatti, recitano come segue:

Articolo 1

«È autorizzato, alle condizioni previste nel presente decreto, il trattamento automatizzato di tracce e impronte digitali e palmari al fine di facilitare la ricerca e l’identificazione, da parte degli uffici della polizia nazionale e della gendarmeria nazionale, degli autori di crimini e delitti e di facilitare l’avvio, l’istruzione e il giudizio delle cause di cui sia investita l’autorità giudiziaria.»

Articolo 2

«Il trattamento in questione è realizzato dalla direzione centrale della polizia giudiziaria del ministero dell’interno e porta la denominazione di schedario automatizzato delle impronte digitali.»

Articolo 3

«Possono essere registrate:

1o Le tracce rilevate nell’ambito di un’inchiesta in flagranza di reato, di un’indagine preliminare, di una commissione rogatoria, di un’inchiesta o di un’istruttoria per la ricerca delle cause di una scomparsa inquietante o sospetta prevista dagli articoli 74-1 o 80-4 del codice di procedura penale o nell’ambito dell’esecuzione di un mandato di ricerca emesso da un’autorità giudiziaria;

2o Le impronte digitali e palmari rilevate nell’ambito di un’inchiesta in flagranza di reato, di un’indagine preliminare, di una commissione rogatoria o dell’esecuzione di un mandato di ricerca emesso da un’autorità giudiziaria, quando riguardino persone nei cui confronti esistono indizi gravi o concordanti tali da rendere verosimile la partecipazione delle stesse, in qualità di autori o di complici, alla perpetrazione di un reato o persone, chiamate in causa in un procedimento penale, che sia necessario identificare con certezza;

3o Le impronte digitali e palmari rilevate negli istituti penitenziari, in applicazione del codice di procedura penale, al fine di stabilire con certezza l’identità dei detenuti oggetto di un procedimento penale e di accertare i casi di recidiva;

4o Le tracce e le impronte digitali e palmari trasmesse da organismi di cooperazione internazionale in materia di polizia giudiziaria o da uffici di polizia stranieri in applicazione di impegni internazionali.»

Articolo 4

«Le impronte digitali e palmari registrate sono accompagnate dalle seguenti informazioni:

1o Il cognome, i nomi, la data e il luogo di nascita, la filiazione e il sesso;

2o L’ufficio che ha proceduto alla segnalazione;

3o La data e il luogo di compilazione della scheda segnaletica;

4o La natura della causa e il numero di riferimento del procedimento;

5o Le foto antropometriche;

6o Per le impronte trasmesse nel caso previsto nel numero 4o dell’articolo 3, l’origine dell’informazione e la data della registrazione nel trattamento.

Le tracce di impronte registrate sono accompagnate dalle seguenti informazioni:

1o Il luogo in cui sono state rilevate, nonché la data del rilevamento;

2o L’ufficio che ha proceduto al rilevamento delle tracce;

3o La data e il luogo di compilazione della scheda recante la riproduzione delle tracce papillari;

4o La natura della causa e il numero di riferimento del procedimento;

5o L’origine dell’informazione e la data della registrazione nel trattamento.»

Articolo 5

«Le informazioni registrate sono conservate per un periodo massimo di venticinque anni a decorrere dalla compilazione della scheda segnaletica, se non si è proceduto prima alla loro cancellazione alle condizioni previste negli articoli 7 e 7-1 o perché l’ufficio gestore del trattamento è stato informato del decesso della persona in questione o del ritrovamento della stessa, in caso di persona scomparsa.

(...)»

Articolo 7

«Il presente trattamento è sottoposto al controllo del procuratore generale presso la corte d’appello del distretto in cui è situato l’ufficio gestore.

Egli può d’ufficio e fatto salvo il controllo effettuato dalla Commissione nazionale dell’informatica e delle libertà in applicazione della legge del 6 gennaio 1978 di cui sopra, disporre la cancellazione delle informazioni la cui conservazione non fosse palesemente più utile tenuto conto della finalità del trattamento.

L’autorità incaricata della gestione dello schedario trasmette a tale magistrato nonché alla Commissione nazionale dell’informatica e delle libertà un rapporto annuale sull’attività svolta menzionando in particolare l’esito delle operazioni di aggiornamento e di verifica dello schedario.»

Articolo 7-1

«Le impronte rilevate alle condizioni menzionate nel numero 2o dell’articolo 3 possono essere cancellate su richiesta dell’interessato, quando la loro conservazione non sia più necessaria tenuto conto della finalità dello schedario. Competente a disporre la cancellazione è il procuratore della Repubblica dell’organo giurisdizionale nella cui circoscrizione è stato condotto il procedimento all’origine della registrazione.

La richiesta di cancellazione deve, a pena d’inammissibilità, essere trasmessa con lettera raccomandata con avviso di ricevimento o con dichiarazione in cancelleria. La richiesta è indirizzata direttamente al procuratore della Repubblica competente in virtù delle disposizioni del comma precedente. Essa può anche essere indirizzata al procuratore della Repubblica del luogo di residenza dell’interessato, che la trasmette al procuratore della Repubblica competente.

Il magistrato competente rende nota la sua decisione all’interessato, con lettera raccomandata, entro tre mesi dal ricevimento della richiesta da parte sua o del procuratore della Repubblica del luogo di residenza dell’interessato.

In mancanza di risposta entro quel termine, o se il magistrato non dispone la cancellazione, l’interessato può adire agli stessi fini il giudice delle libertà e della detenzione entro dieci giorni con lettera raccomandata con avviso di ricevimento o con dichiarazione in cancelleria.

Dopo avere sollecitato le richieste scritte del procuratore della Repubblica, il giudice delle libertà e della detenzione delibera con ordinanza motivata entro due mesi. L’ordinanza è notificata al procuratore della Repubblica e, con lettera raccomandata, all’interessato.

Qualora il giudice delle libertà e della detenzione non deliberi entro due mesi o in caso di ordinanza di diniego della cancellazione, l’interessato può, entro dieci giorni, adire il presidente della sezione istruttoria, con lettera raccomandata con avviso di ricevimento o con dichiarazione in cancelleria. A pena d’inammissibilità, la sua contestazione deve essere motivata.

In caso di ordinanza che dispone la cancellazione, anche il procuratore della Repubblica può, entro dieci giorni, contestare la decisione dinanzi al presidente della sezione istruttoria. La contestazione sospende l’esecuzione della decisione.

Il presidente della sezione istruttoria delibera, dopo avere sollecitato le richieste scritte del procuratore generale, con ordinanza motivata, entro tre mesi. L’ordinanza è notificata al procuratore della Repubblica e, con lettera raccomandata, all’interessato. Essa può formare oggetto di ricorso per cassazione solo se non soddisfa, nella forma, le condizioni essenziali della sua esistenza legale.»

Articolo 8

«Soltanto i funzionari debitamente autorizzati degli uffici d’identità giudiziaria del ministero dell’interno e delle unità di ricerca della gendarmeria nazionale potranno avere accesso alle informazioni registrate e procedere alle operazioni di identificazione su richiesta dell’autorità giudiziaria o degli ufficiali di polizia giudiziaria della polizia nazionale o della gendarmeria nazionale.»

18. L’articolo 55-1 del codice di procedura penale prevede quanto segue:

Articolo 55-1

«L’ufficiale di polizia giudiziaria può procedere, o far procedere sotto il suo controllo, alle operazioni di prelievo esterne necessarie all’effettuazione di analisi tecniche e scientifiche di confronto con le tracce e gli indizi prelevati per le necessità delle indagini, su chiunque possa fornire informazioni sui fatti in questione o su chiunque possa essere plausibilmente sospettato di avere commesso o tentato di commettere il reato.

L’ufficiale di polizia giudiziaria procede, o fa procedere sotto il suo controllo, alle operazioni di rilevamento segnaletico e in particolare di presa di impronte digitali, palmari o di fotografie necessarie all’inserimento ed alla consultazione degli schedari di polizia secondo le norme specifiche di ogni schedario.

E’ punito con una pena detentiva di un anno e con una pena pecuniaria di 15.000 € chiunque rifiuti di sottoporsi alle operazioni di prelievo, di cui al primo e al secondo comma, ordinate dall’ufficiale di polizia giudiziaria, quando esistano uno o più motivi plausibili per sospettare che abbia commesso o tentato di commettere un reato.»

B.Il diritto internazionale pertinente

19. Gli elementi di diritto internazionale pertinenti sono esposti nella causa S. e Marper c. Regno Unito [GC] (nn. 30562/04 e 30566/04, §§ 41-42 e 50-53, CEDU 2008-...).

IN DIRITTO

SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 8 DELLA CONVENZIONE

12. Il ricorrente sostiene che vi è stata una violazione del suo diritto al rispetto della vita privata, causata dalla conservazione di dati che lo riguardano nello schedario automatizzato delle impronte digitali. Invoca l’articolo 8 della Convenzione, che recita:

«1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.

2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute e della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.»

13. Il Governo contesta questa tesi.

Sulla ricevibilità

14. La Corte constata che questo motivo di ricorso non è manifestamente infondato ai sensi dell’articolo 35 § 3 (a) della Convenzione e rileva peraltro che esso non incorre in altri motivi di irricevibilità. È dunque opportuno dichiararlo ricevibile.

B.Sul merito

1.Argomenti delle parti

15. Il ricorrente non contesta la legittimità dell’ingerenza nel suo diritto al rispetto della vita privata, ma la considera ingiustificata. Denuncia anzitutto una mancanza di proporzionalità dei mezzi utilizzati per raggiungere lo scopo perseguito. Egli ritiene che l’articolo 1 del decreto del 1987 contenga disposizioni riguardanti le finalità della misura troppo estese nell’oggetto e vaghe nella definizione. Pertanto le autorità dispongono di un margine di manovra eccessivo, con un potere di conservazione generico e indifferenziato. Denuncia inoltre un rischio concreto di abuso facendo riferimento al trattamento improprio che ha interessato altri schedari.

16. Peraltro, il ricorrente ritiene che la durata di conservazione sia stata fissata arbitrariamente e si traduca nell’assenza di limiti temporali. Secondo lui, la durata di venticinque anni corrisponde in realtà non ad un limite massimo, ma ad una norma, il che è dimostrato dal rigetto lapidario della sua domanda da parte dei giudici nazionali. Quanto alla motivazione del rifiuto di cancellazione, non essendo previsti requisiti specifici, essa potrebbe rispecchiare un pregiudizio nei confronti nel richiedente, come nel caso di specie.

17. Il ricorrente denuncia altresì un’assenza di garanzie procedurali effettive, affermando che i giudici possono non solo rimettere in discussione l’autorità del giudicato in materia penale per negare la cancellazione, come è avvenuto nel suo caso, ma anche che l’esistenza stessa dei dati nello schedario comporta, di per sé, che sia rimessa in discussione la presunzione di innocenza.

18. Il Governo non contesta che la conservazione dei dati relativi al ricorrente nello schedario automatizzato delle impronte digitali («FAED») costituisca una ingerenza nel diritto di quest’ultimo al rispetto della vita privata.

19. Esso ritiene tuttavia, da una parte, che tale ingerenza fosse prevista dalla legge, ossia dall’articolo 55-1 del codice di procedura penale e dal decreto n. 87-249 dell’8 aprile 1987 modificato e, dall’altra, che perseguisse uno scopo legittimo di difesa dell’ordine pubblico, in quanto è volta a individuare gli autori di reati e a perseguirli.

20. Il Governo considera inoltre che l’ingerenza fosse necessaria in una società democratica. Pur rammentando che la giurisprudenza della Corte non vieta agli Stati di raccogliere e memorizzare dati personali, in presenza di garanzie adeguate e sufficienti, esso insiste su tre punti: gli Stati godono di un certo margine di apprezzamento in materia, che dovrebbe essere più ampio quando si tratta di semplici impronte digitali; il FAED contribuisce in buona parte al buon esito delle indagini e all’individuazione delle usurpazioni di identità; la gestione del FAED è accompagnata da numerose garanzie, in merito alle quali il Governo precisa che i dati inseriti sono limitativamente elencati e che lo schedario può essere consultato solo a partire dal confronto tra impronte (e non a partire da un nome o da un indirizzo). Inoltre, esso può essere consultato solo da funzionari di polizia e di gendarmeria autorizzati. Il trattamento dei dati è affidato al controllo sia del procuratore generale presso la corte d’appello che della Commissione nazionale dell’informatica e delle libertà («CNIL»), che è un’autorità amministrativa indipendente. Pur limitando la durata della conservazione dei dati a venticinque anni, il decreto prevede che l’interessato possa chiederne la cancellazione e che un’azione giudiziaria sia disponibile in caso di rifiuto da parte del procuratore della Repubblica. Nel caso di specie, il Governo osserva che il ricorrente si è avvalso di tale ricorso, rivolgendosi prima al giudice delle libertà e della detenzione, e poi al primo presidente della corte d’appello. Esso sostiene peraltro che la Corte di cassazione ha esaminato il ricorso del ricorrente per quanto riguarda i diritti della difesa, dichiarandolo tuttavia inammissibile.

2.Valutazione della Corte

a)L’esistenza di un’ingerenza

21. La Corte rammenta che la conservazione, in uno schedario tenuto dalle autorità nazionali, delle impronte digitali di un individuo identificato o identificabile costituisce un’ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata (S. e Marper, sopra citata, § 86).

b)Giustificazione dell’ingerenza

i.Base legale

22. Una ingerenza di questo tipo deve dunque essere prevista dalla legge, il che presuppone l’esistenza nel diritto interno di una base compatibile con la preminenza del diritto. La legge deve dunque essere sufficientemente accessibile e prevedibile, ossia enunciata con un grado di precisione tale da permettere all’individuo – avvalendosi, se necessario, di pareri autorevoli – di regolare la propria condotta. Perché possa essere ritenuta conforme a tali esigenze, la legge deve fornire una tutela adeguata contro eventuali arbitri e, di conseguenza, definire in maniera sufficientemente netta la portata e le modalità di esercizio del potere conferito alle autorità competenti (si vedano, tra le altre, Malone c. Regno Unito, 2 agosto 1984, §§ 66-68, serie A n. 82, Rotaru c. Romania [GC], n. 28341/95, § 55, CEDU 2000-V, e S. e Marper, sopra citata, § 95). Il livello di precisione richiesto alla legislazione interna – che non può del resto prevedere ogni possibile eventualità – dipende in larga misura dal contenuto del testo considerato, dall’argomento che quest’ultimo dovrebbe riguardare e dal numero e dalla tipologia dei suoi destinatari (si vedano, tra altre, le sentenze, Hassan e Tchaouch c. Bulgaria [GC], n. 30985/96, § 84, CEDU 2000-XI, e S. e Marper, sopra citata, § 96).

23. Nel caso di specie, la Corte constata che l’ingerenza è prevista dalla legge, ossia l’articolo 55-1 del codice di procedura penale e il decreto n. 87-249 dell’8 aprile 1987 come modificato. Quanto alla questione di stabilire se la legislazione in questione sia sufficientemente chiara e precisa per quanto riguarda le condizioni di memorizzazione, utilizzo e cancellazione dei dati personali, la Corte osserva che il ricorrente solleva questi problemi nell’ambito delle argomentazioni sulla proporzionalità dell’ingerenza. In ogni caso, essa ritiene che tali aspetti siano, nella presente causa, strettamente legati alla questione più ampia della necessità dell’ingerenza in una società democratica e che una simile verifica della «qualità» della legge nella presente causa rinvii all’analisi, di seguito riportata, della proporzionalità dell’ingerenza in questione (S. e Marper, sopra citata, § 99).

ii.Scopo legittimo

24. La Corte osserva poi che l’ingerenza persegue uno scopo legittimo: l’individuazione e, di conseguenza, la prevenzione dei reati (S. e Marper, sopra citata, § 100).

iii.Necessità dell’ingerenza

α)Principi generali

25. Resta dunque da determinare se l’ingerenza in questione possa essere considerata «necessaria in una società democratica», il che impone che essa risponda ad un «bisogno sociale imperioso» e, in particolare, che sia proporzionata allo scopo legittimo perseguito e che i motivi invocati dalle autorità nazionali per giustificarla sembrino «pertinenti e sufficienti» (S. e Marper, sopra citata, § 101).

26. Se sono in primo luogo le autorità nazionali a dover giudicare che tutte le condizioni suddette siano soddisfatte, è tuttavia la Corte che decide in via definitiva sulla questione della necessità dell’ingerenza rispetto alle esigenze della Convenzione (Coster c. Regno Unito [GC], n. 24876/94, § 104, 18 gennaio 2001, e S. e Marper, sopra citata). Un certo margine di apprezzamento, la cui ampiezza varia a seconda di un certo numero di elementi, in particolare la natura delle attività in questione e gli scopi delle restrizioni (si vedano, in particolare, Smith e Grady c. Regno Unito-Uni, nn. 33985/96 e 33986/96, § 88, CEDU 1999-VI; Gardel c. Francia, n. 16428/05, B.B. c. Francia, n. 5335/06, e M.B. c. Francia, n. 22115/06, 17 dicembre 2009, rispettivamente §§ 60, 59 e 51), viene dunque lasciato, in linea di principio, agli Stati in questo ambito (si veda, tra molte altre, Klass e altri c. Germania, 6 settembre 1978, § 49, serie A n. 28). Tale margine è tanto più ristretto quanto più il diritto in questione è essenziale per garantire all’individuo il godimento effettivo dei diritti fondamentali o «privati» che gli sono riconosciuti (Connors c. Regno Unito, n. 66746/01, § 82, 27 maggio 2004, e S. e Marper, sopra citata, § 102). Quando è in gioco un aspetto particolarmente importante dell’esistenza o dell’identità di un individuo, il margine lasciato allo Stato è ristretto (Evans c. Regno Unito [GC], n. 6339/05, § 77, CEDU 2007-I, S. e Marper, sopra citata, e Gardel, B.B. e M.B., sopra citate, rispettivamente §§ 61, 60 e 52). In compenso, quando non vi è un comune accordo tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa, sull’importanza relativa dell’interesse in gioco o su quali siano i mezzi migliori per tutelarlo, il margine di apprezzamento diventa più ampio (Dickson c. Regno Unito [GC], n. 44362/04, § 78, CEDU 2007‑XIII).

27. La tutela dei dati personali svolge un ruolo fondamentale per l’esercizio del diritto al rispetto della vita privata e famigliare sancito dall’articolo 8 della Convenzione. La legislazione interna deve dunque fornire garanzie adeguate per impedire che i dati personali vengano utilizzati in modo non conforme alle garanzie previste in tale articolo (S. e Marper, sopra citata, § 103, e Gardel, B.B. e M.B., sopra citate, §§ 62, 61 e 53 rispettivamente). Con riferimento a quanto affermato nella sentenza S. e Marper (sopra citata), la Corte ritiene che la necessità di disporre di tali garanzie sia maggiore quando si tratta di proteggere dati personali soggetti a un trattamento automatizzato, in particolare quando tali dati sono utilizzati per le indagini di polizia. Il diritto interno deve garantire in particolare che tali dati siano pertinenti e non eccessivi rispetto alle finalità per le quali vengono registrati, e che siano conservati in modo tale da permettere l’identificazione delle persone interessate per un periodo di tempo non superiore a quello necessario alle finalità per cui sono registrati. Inoltre, il diritto interno deve contenere garanzie di natura tale da proteggere efficacemente i dati personali registrati contro ogni uso improprio e abusivo (ibidem).

28. Infine, la Corte ha il dovere di essere particolarmente attenta al rischio di stigmatizzare persone che, come il ricorrente, non sono state riconosciute colpevoli di alcun reato e hanno il diritto di beneficiare della presunzione di innocenza, e che sono invece state trattate allo stesso modo delle persone condannate. Se, da questo punto di vista, conservare dati privati non equivale ad esprimere sospetti, bisogna comunque che le condizioni in cui i dati vengono conservati non diano a tali persone l’impressione di non essere considerate innocenti (S. e Marper, sopra citata, § 122).

β)L’applicazione dei principi sopra menzionati al caso di specie

29. Nella fattispecie, la misura in contestazione, che di per sé non comporta alcun obbligo per il ricorrente, obbedisce a modalità di consultazione sufficientemente definite, sia per quanto riguarda le persone abilitate a consultare lo schedario che per il regime di autorizzazione a cui sono sottoposte le operazioni di identificazione corrispondenti alla finalità dello schedario (si veda, a contrario, Khelili c. Svizzera, n. 16188/07, § 64, 18 ottobre 2011).

30. La Corte osserva che la situazione è diversa per quanto riguarda il regime di raccolta e conservazione dei dati.

31. Infatti, la Corte osserva anzitutto che la finalità dello schedario, nonostante lo scopo legittimo perseguito, comporta necessariamente che vengano aggiunti e conservati il maggior numero di nomi possibili, il che conferma la motivazione considerata dal giudice delle libertà e della detenzione nella sua ordinanza del 25 agosto 2006 (paragrafo 14 supra).

32. Essa osserva peraltro che il rifiuto del procuratore della Repubblica di disporre la cancellazione delle impronte prelevate in occasione del secondo procedimento era motivato dalla necessità di tutelare gli interessi del ricorrente, permettendo di escludere la sua implicazione dello stesso in caso di fatti commessi da un terzo con usurpazione della sua identità (paragrafo 12 supra). Oltre il fatto che un tale motivo non risulta espressamente dalle disposizioni dell’articolo 1 del decreto in contestazione, a meno che non si voglia fare dello stesso una interpretazione particolarmente estensiva, la Corte ritiene che accogliere l’argomento basato su una pretesa garanzia di tutela contro le manovre di terzi volte a usurpare un’identità equivarrebbe, in pratica, a giustificare la schedatura di tutta la popolazione presente sul territorio francese, il che sarebbe sicuramente eccessivo e non pertinente.

33. Inoltre, alla prima funzione dello schedario, ossia agevolare la ricerca e l’identificazione degli autori di crimini e delitti, il testo ne aggiunge una seconda, ossia «facilitare l’avvio, l’istruzione e il giudizio delle cause di cui sia investita l’autorità giudiziaria», senza indicare chiaramente che tale funzione riguarderebbe solamente i crimini e i delitti. Menzionando anche le «persone, chiamate in causa in un procedimento penale, che sia necessario identificare con certezza» (articolo 3, 2o del decreto), il testo può comprendere de facto tutti i reati, ivi comprese le semplici contravvenzioni qualora ciò permettesse di identificare gli autori di crimini e delitti secondo l’oggetto dell’articolo 1 del decreto (paragrafo 17 supra). In ogni caso le circostanze del caso di specie, relative a episodi di furto di libri archiviati, dimostrano che il testo si applica per reati minori. La presente causa si distingue pertanto chiaramente da quelle che riguardavano specificamente dei reati gravi come la criminalità organizzata (S. e Marper, sopra citata) o delle aggressioni sessuali (Gardel, B.B. e M.B., sopra citate).

34. Inoltre, la Corte osserva che il decreto non opera distinzioni basate sull’esistenza o meno di una condanna da parte di un tribunale se non addirittura di un’azione penale avviata dal pubblico ministero. Nella sentenza S. e Marper la Corte ha sottolineato il rischio di stigmatizzazione, derivante dal fatto che le persone che avevano rispettivamente beneficiato di un’assoluzione e di una decisione di archiviazione – ed avevano dunque il diritto di beneficiare della presunzione di innocenza – venivano trattate allo stesso modo dei condannati (§ 22). La situazione nel caso di specie presenta delle analogie su questo punto, in quanto il ricorrente ha beneficiato di un’assoluzione nell’ambito di un primo procedimento, quando i fatti ascrittigli successivamente non erano ancora archiviati.

35. Agli occhi della Corte, neppure le disposizioni del decreto in contestazione relative alle modalità di conservazione dei dati offrono una tutela sufficiente agli interessati.

36. Per quanto riguarda anzitutto la possibilità di cancellazione dei dati, la Corte ritiene che il diritto di presentare in qualsiasi momento una domanda in tal senso al giudice rischia di scontrarsi, per riprendere i termini dell’ordinanza del 25 agosto 2006, con l’interesse degli uffici incaricati delle indagini che devono disporre di uno schedario avente il maggior numero possibile di riferimenti (paragrafo 14 supra). Pertanto, poiché gli interessi presenti sono – anche se solo in parte – contraddittori, la cancellazione, che del resto non è un diritto, costituisce una garanzia «teorica ed illusoria» e non «concreta ed effettiva».

37. La Corte constata che, se la conservazione delle informazioni inserite nello schedario è limitata nel tempo, il periodo di archiviazione è di venticinque anni. Tenuto conto della sua precedente constatazione secondo la quale le possibilità di esito positivo delle domande di cancellazione sono quantomeno ipotetiche, una tale durata è in pratica assimilabile a una conservazione indefinita o almeno, come sostiene il ricorrente, equivale a una norma piuttosto che a un limite massimo.

38. In conclusione la Corte ritiene che lo Stato convenuto sia andato oltre il margine di apprezzamento di cui dispone in materia, in quanto il regime di conservazione, nello schedario in questione, delle impronte digitali di persone sospettate di avere commesso dei reati ma non condannate, così come applicato al ricorrente nel caso di specie, non garantisce un giusto equilibrio tra gli interessi pubblici e privati concorrenti. La conservazione contestata si traduce dunque in una lesione sproporzionata del diritto del ricorrente al rispetto della vita privata e non può essere considerata necessaria in una società democratica.

39. Pertanto, vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione.

SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 6 DELLA CONVENZIONE

40. Il ricorrente lamenta l’iniquità del procedimento e ne chiede la cancellazione. Invoca l’articolo 6 § 1 della Convenzione, le cui disposizioni pertinenti nel caso di specie recitano:

«Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente (...) da un tribunale (...), il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile (...)»

41. Oltre il fatto che questo motivo di ricorso coincide in parte con quello basato sull’articolo 8 della Convenzione, tenuto conto di tutti gli elementi in suo possesso e nella misura in cui era competente per conoscere delle accuse formulate, la Corte non ha rilevato alcuna apparenza di violazione dei diritti e delle libertà sanciti dalla Convenzione o dai suoi Protocolli.

42. Ne consegue che questo motivo di ricorso è manifestamente infondato e deve essere rigettato in applicazione dell’articolo 35 §§ 3 (a) e 4 della Convenzione.

III.SULL’APPLICAZIONE DELL’ARTICOLO 41 DELLA CONVENZIONE

43. Ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione,

«Se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi Protocolli e se il diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette se non in modo imperfetto di rimuovere le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, se del caso, un’equa soddisfazione alla parte lesa.»

44. Il ricorrente, che ha beneficiato del gratuito patrocinio nell’ambito del procedimento dinanzi alla Corte, non ha presentato alcuna domanda di equa soddisfazione. Pertanto, la Corte non ritiene opportuno accordargli somme a questo titolo.

PER QUESTI MOTIVI LA CORTE, ALL’UNANIMITÀ,

1.Dichiara il ricorso ricevibile per quanto riguarda il motivo di ricorso basato sull’articolo 8 e irricevibile per il resto;

2.Dichiara che vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione.

Fatta in francese, poi comunicata per iscritto il 18 aprile 2013 in applicazione dell’articolo 77 §§ 2 e 3 del regolamento.

Claudia WesterdiekMark Villiger
CancellierePresidente

 

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