23 Feb 2013
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Risarcimento del danno: criteri di calcolo di rivalutazione e interessi

Pubblicato da Nicola Canestrini

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I. Introduzione

In caso di risarcimento del danno per debiti di valore (p.es. in caso di incidente stradale; sulla distinzione su debiti di valore e debiti di valuta cfr. infra) la somma calcolata quale risarcimento deve essere aumentata, aggiungendo rivalutazione ed interessi.

La rivalutazione ha la funzione di reintegrare il danneggiato nella stessa situazione patrimoniale nella quale si sarebbe trovato se il danno non si fosse verificato, adeguando l’importo della somma (che viene liquidata con riguardo al fatto in cui il danno si è verificato) in valori monetari correnti alla data in cui è compiuta la liquidazione giudiziale. Normalmente questa operazione viene effettuata avvalendosi del coefficiente di rivalutazione elaborato dall'ISTAT.

Inoltre, sulla somma così determinata (danno + rivalutazione annua) andranno calcolati gliinteressi, che hanno la funzione di coprire il ritardo (che in questo caso si chiamano compensativi, perchè compensano il ritardo).

In ordine al tasso di interesse da applicare, considerando che il danno in questione può essere liquidato in base al criterio equitativo, la sua determinazione è rimessa alla discrezionalità del giudice, il quale potrà considerare congruo il tasso d’interesse legale, ovvero una misura maggiore o minore a seconda della fattispecie concreta.

L'operazione, che può presentare qualche difficoltà ratica, deve essere eseguita secondo quanto statuito dalla sentenza 1712/1995 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione: gli interessi (determinati nel loro ammontare dal giudice) vanno calcolati dalla data del fatto non sulla somma complessiva rivalutata alla data della liquidazione, bensì sulla somma originaria rivalutata anno dopo anno, cioè con riferimento ai singoli momenti con riguardo ai quali la predetta somma si incrementa nominalmente in base agli indici di rivalutazione monetaria.

 

II. Obbligazioni di valore ed obbligazioni di valuta

Le obbligazioni pecuniarie si dividono in obbligazioni di valore e obbligazioni di valuta, avuto riguardo “non alla natura dell’oggetto nel quale la prestazione avrebbe dovuto concretarsi al momento del fatto dannoso, bensì all’oggetto diretto ed originario della prestazione che nelle obbligazioni di valore consiste in una cosa diversa dal denaro, mentre nelle obbligazioni pecuniarie è proprio una somma di denaro” (Cass. civ. 2.2.1995 n. 1254 in Rep. Foro It., 1995, Voce danni civili, n. 309).

Le obbligazioni di valuta hanno dunque ad oggetto, sin dal momento genetico, una determinata somma di danaro. Esse sono disciplinate dall’art. 1277 c.c. per il quale “i debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale” cd. principio nominalistico).

In caso di inadempimento di obbligazioni pecuniarie decorrono dunque gli interessi moratori nella misura legale o nella misura superiore in cui, eventualmente, erano già dovuti prima della mora stessa. Ai sensi del primo comma dell’art. 1124 c.c., gli interessi si producono (salvo alcun eccezioni) automaticamente, senza alcun onere di prova da parte del creditore, con decorrenza dal primo giorno di ritardo nel pagamento.

Il secondo comma dell’art. 1224 c.c. disciplina la richiesta di risarcimento del “maggior danno”.

Quest’ultimo, oltre a dover essere oggetto di specifica domanda, deve essere provato. Va precisato che gli interessi moratori ed il risarcimento del maggior danno costituiscono due voci distinte di uno stesso danno, da far valere con separate domande nello stesso giudizio.

Le obbligazioni di valore hanno, invece, ad oggetto una prestazione di dare diversa dal denaro (tipicamente il risacimento del danno da illecito, ad es. extracontrattuale, come le lesioni personali). Data l’impossibilità di richiedere l’adempimento in forma specifica (cioè ripristinando lo status quo ante, la condizione esistente prima del danno), il risarcimento dovrà essere quantificato in una somma di denaro.

Diversamente dalle obbligazioni di valuta, esse sono sottratte al principio nominalistico: ne deriva l’automatica rivalutazione del credito, senza alcun onere della prova incombente sul creditore, in considerazione “dell’esigenza di reintegrare il patrimonio del creditore di una somma pari, al momento della liquidazione (taxatio) al potere d’acquisto espresso da quella equivalente entità del danno al momento del suo verificarsi (aestimatio)” (as. Civ. 28.12.1994, n. 11257, in Mass., 1103).

La Cassazione (Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 28 gennaio – 19 marzo 2014, n. 6347) ha efficacemente riassunto i principi che disciplinano gli effetti del ritardato adempimento d'una obbligazione di valore, e cioè: 

  1.  alle obbligazioni di valore sono inapplicabili sia l'art. 1277 c.c., sia l'art. 1224 c.c. (ex plurimis, Cass. 12-6-1998 n. 5908; Cass. 26-11-1997 n. 11857; Cass. 7-12-1994 n. 10493; Cass. 19-7-1982 n. 4214; Cass. 11-4-1981 n. 2164);
  2. l'obbligazione di valore deve essere monetizzata dal giudice con riferimento alla data di liquidazione, attraverso la rivalutazione monetaria che va disposta anche d'ufficio, in quanto la rivalutazione non rappresenta un accessorio del credito (al contrario degli interessi legali per le obbligazioni di valuta), ma costituisce una componente intrinseca del danno e, per l'esattezza, il danno causato dal decorso del tempo (Cass. 17-9-2003 n. 13666; Cass. 18-12-1998 n. 12686; Cass. 2-12-1998 n. 12234; Cass. 6-11-1998 n. 11190; Cass. 24-8-1998 n. 8364; Cass. 25-9-1997 n. 9396);
  3. una volta attualizzato l'importo dovuto dal debitore moroso, spetta altresì al creditore il risarcimento dell'ulteriore pregiudizio rappresentato dalla perduta possibilità di disporre tempestivamente della somma dovutagli, investirla e ricavarne un lucro finanziario. 

Quest'ultimo tipo di pregiudizio va liquidato in via equitativa, anche sotto forma di interessi (c.d. interessi compensativi), con la precisazione che: 

  • la base di calcolo di tali interessi non è rappresentata dal credito rivalutato, ma dal credito originario (cioè espresso in moneta dell'epoca in cui sorse l'obbligazione) rivalutato anno per anno, ovvero rivalutato in base ad un indice di rivalutazione medio;
  • il saggio di suddetti non deve necessariamente essere quello legale (per tutti questi principi si veda Cass. 17-2-1995 n. 1712; successivamente all'intervento delle Sezioni Unite, i principi appena esposti sono divenuti jus receptum nella giurisprudenza di legittimità: nello stesso senso si vedano, tra le molte, Cass. 26-10-2004 n. 20742 (in motivazione); Cass. 26-2-2004 n. 3871; Cass. 8-4-2003 n. 5503; Cass. 26-4-1999 n. 4156; Cass. 18-2-1999 n. 1372; Cass. 20-1-1999 n. 490).

La rivalutazione si cumula con gli interessi?

La risposta è ora affermativa. La rivalutazione, difatti, in ossequio alla funzione risarcitoria, copre il danno emergente, ripristinando la situazione patrimoniale del creditore al momento del verificarsi dell’inadempimento ovvero del fatto illecito, laddove gli interessi, aventi funzione remunerativa, mirano a ristorare il creditore del lucro cessante, coprendo i danni derivati dalla perdita dell’utilità che il danneggiato avrebbe ottenuto dal bene reale.

 

 

III. Gli interessi

Gli interessi, secondo migliore dottrina (Bianca), sono “prestazioni pecuniarie percentuali e periodiche dovute da chi utilizza un capitale altrui o ne ritarda il pagamento”.

A seconda della funzione economica alla quale corrispondono, si ividono in interessi moratori,interessi compensativi, interessi corrispettivi.

1- Gli interessi moratori (= da ritardo colpevole o comunque imputabile), hanno funzione risarcitoria, costituendo una liquidazione fortettaria del danno da ritardo nelle obbligazioni pecuniarie.

2- Gli interessi compensativi, invece, assolvono la funzione remunerativa, rappresentando un compenso dovuto in cambio del vantaggio della disponibilità di una somma di denaro spettante al creditore.

3- Gli interessi corrispettivi, di creazione giurisprudenzale, sono da corrispondere sulle somme date a mutuo e sulle somme liquide ed esigibili.

 

IV. Decorrenza degli interessi e base di calcolo

In ordine alla decorrenza degli interessi (compensativi) bisogna distinguere a seconda che si sia in presenza di:

- illecito extracontrattuale (o da fatto illecito): gli interessi vanno calcolati dal giorno in cui si è verificato l’evento dannoso. Trova, difatti, applicazione, il disposto di cui al secondo comma dell’art. 1219 c.c. per il quale la mora è automatica (mora ex re);
- illecito contrattuale: gli interessi decorrono dal giorno della domanda giudiziale o di altro atto idoneo a costituire in mora il debitore (mora ex persona).

Altro punto controverso è costituito dalla base di calcolo su cui vanno applicati gli interessi in parola.

Come si è detto, sul punto rimane un punto fermo quando statuito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di cassazione dd. 17 febbraio 1995 n. 1712: la base di calcolo è valore del beneal momento dell’illecitorivalutato anno per anno, giacché solo in tal modo può addivenirsi al pieno ristoro del pregiudizio subito, evitando, al contempo, l’ingiustificato arricchimento.

 

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